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L’aggressività nella società di oggi: cosa ci insegna Freud

  • Immagine del redattore: francesca tibaldi
    francesca tibaldi
  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

L’aggressività è una parola che mette a disagio. Evoca conflitto, perdita di controllo, pericolo. Eppure, già Sigmund Freud ci invitava a guardarla da un’altra prospettiva: non come un difetto dell’essere umano, ma come una pulsione primaria, una forza naturale che fa parte della nostra struttura psichica.

Per Freud l’aggressività non nasce dal male, ma dall’energia vitale stessa. È una spinta che, se non riconosciuta, rischia di diventare distruttiva; se invece viene compresa e trasformata, può assumere una funzione evolutiva. La civiltà, secondo la sua visione, si costruisce proprio su questo delicato equilibrio: contenere l’aggressività senza negarla, darle forma senza soffocarla. Ed è qui che nasce quello che Freud chiamava il disagio della civiltà.


Aggressività e società contemporanea


Oggi viviamo in una società che chiede costantemente controllo, adattamento e prestazione. Ci viene insegnato fin da piccoli che bisogna essere educati, efficienti, produttivi, resilienti. Ma raramente ci viene insegnato come stare con la rabbia, come ascoltarla, come trasformarla. Così l’aggressività non scompare, semplicemente cambia volto.

Nella società contemporanea l’aggressività spesso non si manifesta in modo diretto. La incontriamo nei toni accesi del dibattito pubblico, nella violenza verbale online, nella fatica crescente a tollerare il punto di vista dell’altro. Ma la troviamo anche in forme più silenziose e invisibili, quando si rivolge verso l’interno. Nell’auto-critica incessante, nel bisogno di dimostrare sempre di più, nella sensazione di non essere mai abbastanza.

È un’aggressività che non fa rumore, ma consuma. Una tensione costante che si accumula quando non c’è spazio per nominare ciò che si prova.


Reprimere le emozioni non le fa scomparire


Uno degli errori più comuni nella nostra cultura è confondere il controllo emotivo con la maturità. In realtà, reprimere l’aggressività non significa educarla. Significa spesso spingerla sotto la superficie, dove continua ad agire in modo disorganizzato.

Quando l’aggressività non viene riconosciuta, tende a trasformarsi in sintomo. Può emergere sotto forma di stress cronico, irritabilità, difficoltà relazionali, senso di colpa o autosvalutazione. Freud lo aveva intuito con grande lucidità: ciò che non trova parola, cerca espressione nel corpo o nel comportamento.

Al contrario, un’aggressività riconosciuta può diventare una risorsa. Può trasformarsi in capacità di dire no, di porre confini, di difendere i propri spazi. Può diventare energia per il cambiamento, forza per affermare sé stessi, spinta motivazionale.


Una possibile risoluzione: dalla repressione alla responsabilità emotiva


Se l’aggressività è parte costitutiva dell’essere umano, allora la vera soluzione al problema sociale non può essere la sua eliminazione, ma la costruzione di una competenza emotiva collettiva. La risoluzione non passa dal controllo rigido, ma dalla consapevolezza.

Serve una cultura che legittimi le emozioni, anche quelle scomode, e che insegni a riconoscerle prima che esplodano o si trasformino in auto-aggressione. Una cultura in cui la rabbia possa essere pensata, raccontata, elaborata. In cui non sia necessario urlare o ferire per sentirsi visti.

Questo significa investire nell’educazione emotiva, fin dall’infanzia, ma anche creare spazi di ascolto nell’età adulta. Nello sport, nella scuola, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni quotidiane. Significa imparare che l’aggressività non è il nemico, ma un segnale. Un messaggio che parla di confini violati, bisogni ignorati, frustrazioni accumulate.

A livello individuale, la risoluzione inizia quando ciascuno si assume la responsabilità delle proprie emozioni, smettendo di proiettarle all’esterno o di rivolgerle contro sé stesso. A livello sociale, inizia quando smettiamo di chiedere alle persone di “stare calme” e iniziamo a chiederci di cosa hanno bisogno per stare meglio.


Oltre il disagio della civiltà


Forse il vero problema della società contemporanea non è che siamo diventati più aggressivi, ma che abbiamo perso il linguaggio per parlare della nostra aggressività. Freud ci ricorderebbe che ogni civiltà che rimuove le proprie ombre rischia di esserne guidata.

La vera evoluzione non sta nel diventare più controllati, ma più consapevoli. Perché solo un’aggressività riconosciuta può trasformarsi in forza vitale, in energia creativa, in possibilità di cambiamento. E forse è proprio da qui che può nascere una società più sana, non perché priva di conflitti, ma perché capace di attraversarli.




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